20 Aprile 2019
Notte tempo mentre Linda dormiva, io fui preso da mille pensieri e l’unica cosa che mi risultò fattibile fu scriverle una poesia. Ricordo ancora quelle parole trascritte nell’enfasi della passione con una matita malconcia, dietro ad un volantino che raccattai per terra . Quel giorno la mia musa ispiratrice mi dettò queste frasi:
Rosso come il colore della bandiera che ci guida
rosso come il colore della passione
rosso come il colore del sole che sorge
rosso come il viso di un bimbo che nasce
rosso come la rabbia della contestazione
rosso come il sangue che scorre nelle vene
rosso come il sole Africano al tramonto
rosso come il mondo che noi sogniamo
rosso come l’amore che provo per te
rosso come l’unico colore che riesce a descriverti.
Naturalmente diedi anche un titolo a questa poesia che nella mia originalità si chiamò “Se la vita si macchia di rosso”. Aggiunsi alla fine del mio scritto anche l’ indirizzo di casa e un numero di telefono della sessione comunista dove io presenziavo costantemente. Non aggiunsi altri miei contatti anche perché a casa non avevamo il telefono. Aspettai per giorni una risposta, una chiamata, un messaggio. Quando il tempo aveva lenito parzialmente il dolore di un mancato rincontro, giunse in sessione un compagno da Milano. Questo mi parlò per ore di un centro sociale sempre in fermento “Il Leoncavallo”. Mi raccontò della presenza di tanti personaggi come Dario Fo, Franca Rame, e mi parlò anche di una certa attivista di nome Linda. Chiesi una descrizione fisica della “tipa” in questione. Quando il compagno Roberto, detto “Lupo”, cominciò a disegnarne le fattezze, il puzzle si compose velocemente ed ebbi la certezza che fosse lei. Fu più forte di me non chiedere se la donna in questione fosse accompagnata a qualcuno. Lupo a tal domanda rispose perentorio: “Tanti abbiamo cercato di far breccia nel suo cuore” ma lei porta con sé sempre una poesia che un certo Luigi detto “GIGI” gli ha scritto diverso tempo fa. La poesia è scritta su un volantino oramai cencio piegato e riposto dentro la custodia dei suoi occhiali. Quello è il suo scudo contro qualsiasi intemperanza maschile. Nella sua stanza la poesia è stata riportata con un rosso acceso sul soffitto in modo che ogni sera, prima di addormentarsi guardando verso l’alto, lei possa rileggerla più volte sino a che il sonno non la colga. Quando qualcuno tenta di aggirare la poesia scritta da questo “GIGI” lei risponde: “Se qualcuno riuscirà a riscaldarmi con parole altrettanto dense d’amore, di rispetto e di passione, io forse potrò scordare quest’uomo incontrato in una tiepida giornata primaverile romana”. In quel momento io sbiancai a tal punto che “Lupo” disse: “Scusa, ma tu sta’ bionda selvaggia la conosci?”. Il sangue ritornò a circolare e il pallore si trasformò in rossore e senza nascondere un profondo imbarazzo confessai che il “Gigi” della poesia ero io. Lupo, mi guardò con stupore e con un sorrisetto quasi a sottolineare che Linda in fondo non s’era né invaghita di Alain Delon, né di Leopardi. Di fronte a lui, in quel momento, c’era solo un uomo qualunque che in una notte particolare era riuscito ad inanellare una serie di frasi ad effetto, forse anche scopiazzate chi sa dove.
Dopo queste notizie su Linda decisi di partire per Milano.
Il giorno successivo, dopo aver salutato Lupo, mi recai in stazione e per la prima volta aspettai il treno con ansia sperando non fosse in ritardo.