24 Agosto 2019

14. Strani scherzi della vita III

di Sandro

parte terza

Era venerdì mattina, stavano battendo le sette, ed io ero già seduto al mio solito tavolino. Di lì a poco arrivò Mario. Aveva appena cominciato a sorseggiare il suo caffè, che Guido gli si presentò davanti. “Ciao Guido!”, esclamò Mario. “Ciao caro!”, ribatté immediatamente Guido. ”Hai pensato a qualcosa?”, continuò Mario. “Pensato!? Ho agito di pancia come mia consuetudine. Mi sono comportato come quella volta che mi sono presentato di fronte all’orfanotrofio dove avevo trascorso i miei primi anni di vita. Rammento che era mattina, le porte si presentavano chiuse, ma io volevo assolutamente sapere chi ero. L’inizio di un tentativo per dare una spiegazione alle mie origini. Mario corrugò le sopracciglia, la fronte si riempì di rughe a tal punto che tutta la faccia prese l’espressione di un punto interrogativo, poi domandò: “Scusa cosa hai combinato?” “Le ho telefonato.” Replicò Guido. “In fondo era la cosa più semplice. Tu, due giorni fa, mi hai lasciato il suo numero diretto e hai lanciato il guanto di sfida. Io, dopo averci pensato a lungo e aver bevuto due bicchieri di prosecco ben ghiacciato, ieri sera, mi sono seduto sul mio divano e le ho telefonato.” “Così come tu chiamassi un tuo vecchio amico!!!”, ribatté nuovamente Mario corrugando ancor di più la fronte.” “Sì, certo!”, sorrise Guido e proseguì: “Le possibilità erano due: o mi sbatteva giù il telefono appena riconosciuto, oppure avremmo intavolato un discorso. Ho scommesso tutti i miei timori nella seconda possibilità.”. “Racconta!”, disse Mario, “Sono curioso di sentire cosa vi siete detti. Non penso ve la siate cavata con un quarto d’ora di chiacchiere.” ”No, abbiamo parlato tutta la notte!”, sospirò Guido. Gigi si scostò leggermente di lato per sentire meglio. Tra Mario e Guido sembrava una partita a tennis, in cui entrambi i giocatori si stanno studiando e gli spettatori attendendo un eventuale attacco, per poi applaudire il punto. Mentre facevo queste considerazioni tennistiche, Guido partì con il racconto della telefonata. “Erano circa le nove di sera. Non era così tardi. Né così presto. I più a quell’ora hanno finito di mangiare e qualcuno ha fatto anche la doccia. Ho pensato.., poteva essere il momento giusto tutti noi durante il giorno abbiamo mille e mille cose da sbrigare! Lei, rispose subito, forse al secondo, massimo terzo squillo. Quando Luciana aprì la comunicazione e disse: “Pronto?”. Io con una voce impostata dissi:”Ciao Luciana…” e stavo continuando “..ti ricordi di m..” . Lei mi zittì subito replicando: “Ciao Guido!”. Lo disse in un modo così pacato che pareva una normale telefonata tra due persone che non si sentivano da due ore, certo non da più di vent’anni. Rimasi senza fiato, come un boxer che ha ricevuto un violento colpo alla milza. Il mio silenzio permise a lei di continuare: ”Stavo aspettando la tua telefonata!”. Mi ridestai immediatamente e le dissi: ”Come sarebbe a dire che stavi aspettando la mia telefonata?!”. ”Naturalmente non so cosa tu mi voglia dire, però sapevo che mi avresti telefonato. Anzi, diciamo così… Speravo tu mi telefonassi o meglio ancora tra quelli che avrebbero potuto telefonarmi l’unico a cui avrei risposto con piacere saresti stato tu!”. Così mi accolse la Luciana dopo vent’anni. Poi aggiunse: ”Vedi, alcuni giorni fa è arrivata in terapia del dolore una signora oramai nonna, con un strano abbigliamento. Quando ho letto la sua cartella clinica i sospetti visivi, si sono palesati nella loro concretezza. Era una zingara Sinti, Piemontese, in transito per Milano. Dopo averle somministrato dei farmaci oppiodi per un dolore neoplastico, lei mi ha guardato dritta negli occhi e mi ha detto: ”Tu sei una brava persona che hai saputo fare della tua sofferenza quotidiana un’arma di riscatto.”. In quell’istante ho cercato di pensare che fosse una frase ad effetto della zingara. Resto pur sempre un medico e per di più oncologo. Poi lei ha proseguito dicendomi: ”Senti, io di solito porgo il mio braccio per le varie terapie che mi fate, ora gentilmente porgimi tu la tua mano!” Io un po’ restia ho allungato la mia mano destra verso lei. La donna allora disse: ”Dammi la sinistra, cara questo braccio è più vicino al cuore e quindi non può mentire!” Solitamente non credo a cartomanti, lettrici di mano, fattucchiere, menestrelli e giullari ma, questa donna appena mi prese la mano tra le sue, sentii un sussulto violento e una strana energia che si diffondeva nel mio corpo. Mi convinsi immediatamente che era pura suggestione, eppure quando le sue dita solcarono il mio palmo sinistro, immediatamente rividi gli anni che furono. La zingara all’improvviso impallidì, tanto che volevo rimisurarle la pressione, e disse: “ Tu tanti anni fa hai conosciuto un uomo del quale il tuo cuore non si è mai scordato e che la tua mente ha cercato di celare ai tuoi sentimenti. Questo uomo involontariamente lo intravedi tutti i giorni, una parte di lui vive vicino a te. La sua voce si farà al più presto sentire.“. Io, in quel momento, mentre le mani della zingara incrociavano le mie, stavo pensando a te e ho sperato che la veggente non si sbagliasse. Ho creduto fermamente come il più fedele dei fedeli che quello che stava profetizzando sarebbe accaduto veramente. Ho aspettato, e ciò che era stato predetto, ora si è avverato. Sono veramente felice!”

Fortunatamente ero seduto, perché la testa cominciò a girarmi grazie anche all’ausilio del prosecco. “Ma dimmi perché mi hai chiamato, non starai mica male?” “No!”Rispose immediatamente Guido. Ti ho telefonato perché ho incontrato al congresso di Milano una ragazza di nome Aurora che mi è parso avere qualcosa di famigliare con me.”. “Vedi Mario… a quel punto ho iniziato a raccontarle tutta la storia e lei questa volta stette ad ascoltarmi. Quando finii, lei senza girarci tanto intorno mi disse: ”Insomma, vuoi sapere se la P corrisponde al tuo cognome?” “Caro Guido la “P” potrebbe essere l’iniziale del mio cognome Pavan. Molto banale, ma essenziale per i curiosi. Ma la lettera “P” può diventare l’iniziale di tante parole come: paternità, in questo caso mancata; ma anche di maternità naturalmente gestita autonomamente, perché se giri questa lettera sembra il busto con la pancia stilizzata di una donna gravida. Decisamente una visione non palese a tutti ma per i più raffinati. “P” è anche l’iniziale delle parole pazienza e perseveranza, doti necessarie nel crescere da sola una bimba. Infine, “P” è anche l’iniziale della parola pace, tra la gente e della pace interiore, che io spero di aver raggiunto . La “P” ha tutti questi significati, nella speranza che rappresenti però le iniziali del tuo cognome.

Rimasi ancora senza parole dando a lei il tempo di continuare. Più di vent’anni fa quando ci incontrammo, tu ed io dovevamo partire assieme per Milano. Arrivammo tutti e due in stazione, ma tu eri senza bagagli. All’ultimo avevi desistito ritenendo Milano città di opportunità, ma molto dispersiva; preferisti rimanere a Padova. I giorni precedenti noi ci frequentammo assiduamente anche perché io stavo cercando di dimenticare l’uomo che prima frequentavo. A quel tempo la pillola era secondo me poco sapientemente gestita e controllata dai ginecologi come lo è invece ora e io avevo preferito l’uso della spirale. Metodo non sempre sicuro soprattutto per una come me, che soffre di salpingiti. Quando me la feci togliere era il periodo che avevo smesso di frequentare da poco il mio precedente partner e il momento felice che stavo vivendo con te. Quando tu mi dicesti che non saresti più venuto a Milano, io non volli cambiare idea e allo stesso tempo non ritenni opportuno farla cambiare a te. Mi trovai a Milano da sola e dopo un po’ mi accorsi di essere incinta. Non fui sconvolta e decisi di portare a termine la gravidanza. Nel frattempo il mio ex mi era venuto a trovare diverse volte. Fra noi in quel periodo non ci fu nessun incontro amoroso, io sapevo già di essere incinta e decisi di non dire nulla. Una sera, mentre buttavo via il posacenere con i resti delle sue sigarette mi venne l’idea di tenerne ben conservati due o tre mozziconi. Dopo un po’ io e lui non ci vedemmo più e da allora l’ho perso completamente di vista. Quando nacque Aurora decisi di capire di chi era figlia.” A quel punto io la interruppi e le chiesi: ”Hai fatto il DNA e Aurora è figlia del tuo ex?” Luciana pacatamente rispose: ”Sei rimasto il solito impulsivo, come lo eri da giovane!”. Il risultato del DNA mi arrivò dopo dieci giorni e al momento di aprire la busta mi fermai e, decisi che la avrei aperta per svelare questo segreto solo se Aurora me lo avesse chiesto. Se lei avesse deciso che il suo papà era il principe azzurro e voluto credere per tutta la sua vita, io glielo avrei lasciato credere; se invece avesse voluto saperlo, le avrei dato la busta. Naturalmente se la busta avesse dato esito negativo l’unico padre possibile saresti stato tu, di cui conservo gelosamente delle foto: di una festa e quelle della tua laurea”. Io balbettando replicai: ”Allora se capisco bene Aurora non sa ancora di chi è figlia!” “Esattamente!”, rispose Luciana. Ora se tu vorrai sapere se lei è tua figlia, hai tutto il materiale per farlo, però io vorrei che tu non rompessi gli equilibri prestabiliti che solo gli strani scherzi della vita possono alterare. Vorrei che la tua latitanza rimanesse tale nei confronti di Aurora e che tu rispettassi il mio silenzio. Vorrei che quella “P” rappresentasse la parola “possibilità”, una parola che grazie alla tua passionalità, quasi sanguigna, non viene contemplata.” Rimasi basito, non sapevo cosa rispondere e quella “P” ora rappresentava le iniziali della parola “Perché”. Perché io dovevo rimanere con questo dubbio? Io che già non sapevo di chi ero figlio? Perché il destino doveva rincorrermi con queste domande tendenziose e senza risposta? Perché?!

Mario non ebbe il tempo di proferir parola che arrivò Carlo, prendendosi subito la scena: ”Buongiorno ragazzi!” Naturalmente Carlo non conosceva Guido, ma si presentò con un sorriso ampio che destò immediatamente simpatia al nuovo del gruppo. “Vi devo raccontare una cosa che mi è successa. Non volevo interrompervi, ma volevo mettervi al corrente di quanto è strana la vita! Mentre stavo ristrutturando una casa datata, ho dovuto creare una fenestrazione in un muro. Durante la demolizione ho trovato una carta tra i mattoni alla quale non ho fatto subito caso. Poi nel momento di pausa, facendo una cernita dei mattoni, questa carta mi è tornata in mano. Era una lettera d’amore che ho tenuto in tasca perché ciò che è scritto mi ha molto colpito. Ora ve la leggo: ”Sono innamorato di Lucia, ma lei non lo sa. Non lo saprà mai perché ora lei è morta come la mia anima. Spero che queste pietre possano nascondere al mondo il mio dolore.” Data 12 febbraio 1942. “ Lucia naturalmente non è mai venuta a sapere quanto quest’uomo la amasse ed io sono venuto a conoscenza di questo segreto per caso. “Chi sa chi era ‘sto innamorato?”. “Sono venuto a conoscenza di una cosa che non potrò raccontare a nessuno degli interessati.” Che strano doversi tenere ‘sti segreti!”. “Non dirlo a me!” Controbatté Guido. “Scusa non capisco, hai trovato anche tu una lettera in un muro?”, disse Carlo stupito. “No, niente, si fa per dire.”, replicò Guido continuando: “Spesso noi tutti veniamo a sapere delle cose che non possiamo raccontare, soprattutto per il lavoro che noi medici facciamo, questione di privacy!” Facendo così cadere nel nulla la sua precedente affermazione. “Sì, certamente il vostro lavoro è costellato di segreti!”, commentò Carlo.

Gigi ad un tratto fu svegliato da un forte rumore. Un rumore quasi cavernicolo. Era il suo russare. Destandosi lentamente, Gigi scosse la testa e si disse :“Ma sono a casa non sono al bar?” “Non è venerdì mattina, è domenica mattina! Ma allora Guido non esiste! Mi sono sognato tutto! E’ stata la pizza di ieri sera. Non devo mangiare la pizza alla sera! Me lo sono detto mille volte! Meno male che era tutto un sogno, così almeno non ho dovuto penare ancora per sapere se Aurora era figlia o meno di Guido, se Luciana voleva rivedersi con Guido, se Guido voleva rivedere Aurora. Meno male! Già ‘sta storia mi ha fatto svegliare con il fiatone e tutto sudato, pensa te se continuavo a dormire!”.“Beato il russio talvolta ti rende libero…..dagli incubi”. E poi , cari lettori, quattro amici al bar non possono diventare improvvisamente cinque!

chevron_leftritorna a

13. Strani scherzi della vita II

Articoli più recenti