2 Dicembre 2018

Percorso universitario

di Sandro

Quando ho iniziato l’università ho avuto uno shock pazzesco; le aule erano strapiene di studenti, gente che prendeva appunti in ogni anfratto della facoltà, un formicaio di studenti che dai loro appartamenti faceva la spola da casa al centro di Bologna. Si parlava allora di circa 450 matricole. A quel tempo i giovani maschi dovevano ancora un anno della loro vita alla Patria e come tutti a dicembre dopo essermi iscritto all’università sono andato a fare il rinvio militare consentitomi dalla legge. Lì, però ho avuto la mia prima sorpresa. Il mio passato da liceale ancora mi stava perseguitando. Purtroppo chi aveva subito due pit stop alle superiori aveva l’obbligo di dare subito il suo anno alla Patria. Sono rimasto scioccato allo sportello del distretto, nessuno mi aveva avvertito di questo e lì, ho preso atto di cosa mi era costata la mia negligenza scolastica, accompagnata dalla perfidia di un professore. Avevo superato tre esami ero costretto a partire, ad andare a difendere il confine alpino da un eventuale invasione bolscevica. Destinazione? Un paesino, dal nome austero: Chiusaforte. Un puntino insignificante in una mappa che nessuno avrebbe ma consultato. Tre giorni prima della fine della leva morì mio padre. Allora con gran coraggio, mia madre decise di sponsorizzare un cavallo zoppo, uno come me, reduce da due stop liceali e un anno di alpino forzato. Con lo sponsor alle spalle e grazie a Tommaso, primo incontro fortunato della mia vita, decisi di trasferirmi e cambiare università. Tommaso, ora noto veterinario del nordest, era studente di veterinaria a Bologna e fu lui a suggerirmi la nuova destinazione: Parma.
Forte dell’esperienza vissuta nella scuola privata ed esaminata criticamente la facoltà di Bologna il dado fu presto tratto. Gli studenti bravi a Bologna erano coloro che al primo fuori corso possedevano nel libretto gli esami del biennio e, inoltre “la vox populi” raccontava di tanti studenti della facoltà di veterinaria clienti assidui di noti psicologi. Quindi se non si cadeva nella depressione, seguita da un ricovero, la strada si presentava lunga, tortuosa ed in salita. Le indicazioni di Tommaso non si rivelarono errate. Parma era un ateneo più piccolo, gli appunti erano legali e rilegati con cura e potevano essere usati come ausilio allo studio. Il dialogo con i professori era permesso e colloquiare con loro non era considerato alla stregua di una udienza papale. C’era inoltre la fortuna che il numero degli studenti iscritti non era così elevato e il carattere dei docenti era più mite di quello di Bologna; mai questi infatti, come invece era già accaduto, si sarebbero permessi in un momento di stizza di lanciare il libretto dei voti dalla finestra, nessuna umiliazione quindi per uno studente nel cercarlo tra le ortiche.
Ero a Parma e con me quell’anno da Bologna cambiarono facoltà altre 90 persone, l’anno successivo 80 e poi non tenni più il conto. Ancora una volta i ritardi scolastici mi pesarono psicologicamente e la vergogna di dover rincorrere i miei colleghi alla pari con gli studi, mi fece studiare in solitaria. Senza usufruire della frequenza gli esami non decollarono, né come prestazione né come risultato. Dopo aver capito la più banale delle ovvietà scolastiche ossia, gli esami si basavano sul presupposto di ripetete il programma spiegato dai professori a lezione, in breve tempo mi laureai. Anche qui però, prima della fine ci fu un intoppo. Inizialmente lo catalogai come un ennesimo pit-stop al mio obiettivo, in seguito si dimostrò essere stato la mia fortuna.
Caddi sull’ultimo ostacolo, quello prima dell’arrivo. Avevo già consegnato la tesi e lì a un mese avrei potuto discuterla e fare l’esame di stato, tutto saltò per colpa di quell’esame andato male; mi trovai improvvisamente ad avere tanto tempo libero prima di poterlo ripetere. Quel tempo mi permise di riflettere e di valutare criticamente cosa avrei voluto fare nella mia vita. Dopo essermi guardato più volte allo specchio presi coraggio a due mani e richiamai il mio amico Tommaso. Dal mio trasferimento a Parma non lo avevo più contattato e non mi ero nemmeno presentato alla sua laurea, nonostante mi avesse invitato, troppa era la mia vergogna.
Tommaso come sempre quando mi sentì mi salutò tranquillamente , come se non ci sentissimo da qualche giorno e in quell’occasione mi chiese di andarlo a trovare presso la clinica dove lui lavorava. Mi recai da lui convinto però che il mio mondo fosse quello di veterinario di stalla, il luogo dove si incontrano le persone vere, il mondo rurale in grado di temprare lo spirito e il carattere.
Il lavoro ambulatoriale mi appariva più come un mondo in cui il veterinario non voleva sporcarsi le mani. Nel mio immaginario, l’ambulatorio era frequentato solo da signore impellicciate e un po’ viziate e, proprietarie di cani altrettanto altolocati. Io restavo invece, pur sempre figlio del popolo o come ripeteva sempre Tommaso un “dottore delle bestie”. La fortuna o la sfortuna volle che, quando mi laureai nel ’96, gli eventi si intrecciassero a mio sfavore. Grossi allevamenti intensivi di bestiame stavano prendendo il posto delle piccole stalle a conduzione familiare e contemporaneamente per la prima volta il prione della mucca pazza faceva capolino nel mondo del bestiame. Frequentando la clinica dove lavorava Tommaso, avevo cominciato ad apprezzare Padova. Pensai che se avessi voluto imparare “il mestiere” sarei dovuto andare sicuramente distante e questa città, sebbene caotica per i miei gusti, mi appariva interessante.
Il 7 dicembre del 1996 con gli esami di Stato affrontai l’ultimo obbligo amministrativo per essere a tutti gli effetti dottore e poter professare.

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