31 Marzo 2019

L’anima che si perse nella nebbia V

di Sandro

Quando arrivò Lucia raccolse suo figlio tra le sue braccia. Le lacrime le scendevano copiose dai suoi occhi, cadendo sul viso di Anselmo, diluendogli il sangue che usciva dalla bocca. Lo stesso corpo esanime tra le braccia di una donna lo vidi in Vaticano. Lì, Buonarroti descrisse l’intensità del dolore di una madre per la morte del figlio attraverso la Pietà. Come abbia fatto Michelangelo a proiettare la sofferenza scolpendo una fredda pietra, senza aver mai osservato il tenero abbraccio di Lucia nei confronti di suo figlio, per me resta un grande mistero.

In un piccolo paese i fascisti e i fiancheggiatori dei partigiani erano noti come noto era il fatto che i fratelli Cervi nelle campagne del Reggiano passavano le notti a casa loro. Le famiglie si conoscevano le une con le altre e tante volte le guerre erano state semplicemente delle scuse per dare adito a vendette personali basate su vecchi rancori pregressi. Le guerre con le loro violenze erano diventate il più delle volte la memoria storica di soprusi che la gente aveva dovuto subire e la memoria dell’ingiustizia era difficile da scordare come difficile risultava il perdono. Così come per me è ancora viva, dopo tanti anni la morte di Anselmo così lo è anche per Maria, perché alla fine della guerra non ricordi lo sbarco in Normandia, ma le carognate che sono state commesse nell’ambiente in cui si è dovuto sopravvivere. Quelle carognate che non hanno una identità politica, ne una giustificazione storica, come l’eccidio da parte dei partigiani di giovani ragazzi della gioventù fascista al Collegio Brandolini. Resterà per sempre un sacrificio inutile di giovani uomini per lo più ragazzi. E’ vero che i vincitori scrivono la storia, ma allo stesso tempo è anche vero che la verità va raccontata nella sua interezza. Come gli esecutori dell’omicidio di Anselmo non verranno mai condannati, anche chi fece lo sterminio del Brandolini fruirà dell’amnistia post bellica. Alla fine di questo lungo periodo di guerra ricordo solo questi avvenimenti che riassumono un momento triste del nostro entroterra e della nostra giovane età. A dare spessore ai miei ricordi ci sono i racconti di Primo, che durante la Seconda Guerra lavorò come operaio in Germania e vide con i suoi occhi le donne e gli uomini deportati. Nella mia memoria riemergono anche i ricordi di Primo pestato a sangue dai fascisti dopo aver manifestato le sue idee al bar senza ausilio della censura. Si sa “In vino veritas” e il Dio Bacco erano considerati da Primo dei fedeli compagni di ventura. Spesso però diventare discepoli troppo fedeli a questo tipo di entità divina poteva facilitare le inimicizie. I fascisti, gente del luogo ben conosciuta, più di una volta si vendicarono con Primo, quando ispirato dal Dio pagano, intonava “Bandiera Rossa” nel bar del paese. La vendetta aveva sempre lo stesso risultato. Un uomo pestato a sangue. Una volta la lezione fu così dura per Primo che, giunto a casa su un carretto, la Beppina vedendolo così massacrato, chiamò il prete per farlo benedire. Il suo timore era che Primo non passasse la notte. Ci vollero parecchi giorni perché Primo potesse riprendersi, ma, la lezione non bastò per far desistere il nostro cantore. Fortunatamente arrivò la fine della guerra e gli animi si placarono. Sì, si placarono gli animi, ma non i rancori e Primo rimase il comunista del paese. I vecchi fascisti, con in tasca la tessera democristiana, divennero invece i paladini, le barriere umane, pronti a sradicare il seme del socialismo. Dopo la guerra le diversità politiche si mantennero semplicemente dandosi altri nomi. Maria passò i suoi primi anni di vita a casa di Beppina con Primo, distante, se pur vicina da sua madre. Antonio venne in licenza e con la sua presenza la famiglia crebbe. Antonio come i suoi otto fratelli si salvò dalla morte in guerra. Tornò dalla Campagna di Russia dopo che era stato mandato per punizione. Tornò in quella che sarà ricordata come l’epica ritirata degli alpini. Rimarrà per anni testimone e mentore di un impresa compiuta da giovani uomini umili e normali, provenienti da tante regioni d’Italia che non si stavano accorgendo dell’impresa di cui erano artefici e protagonisti. La storia terrà a memoria come l’esasperazione della volontà umana possa vincere contro il già conosciuto “Generale Freddo”, contro il nemico, contro gli alleati, contro la politica e le sue vicissitudini, nella sola volontà di salvare la propria vita. Tornò dal Don con un dito congelato, ma tornò per sempre, fiero di essere un alpino e di aver avuto la fortuna di avercela fatta. L’Italia, uscita devastata dalla guerra poteva contare su uomini come Primo che erano sopravvissuti a due Guerre Mondiali e su Antonio ritornato dalla Russia dove freddo, paura, morte, sofferenza e disperazione non l’avevano piegato. Tutti e due con idee simili sull’uguaglianza tra gli uomini, tutti e due esenti da nostalgie del passato, ma solo ottimisti per il presente prossimo.

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L'anima che si perse nella nebbia IV