5 Agosto 2019

11. Talvolta le apparenze ingannano

di Sandro

Sono tornato al bar della stazione dopo alcuni giorni. Ho dovuto concedere al mio fisico un po’ di riposo. Talvolta sono così stanco che lo immagino come un monumento che il vento e le intemperie scalfiscono lentamente, inesorabilmente, giorno per giorno.

Tu non ti accorgi cosa ti stia accadendo, ma i segnali del cambiamento compaiono, quando i tempi di recupero si allungano e quando ci si interfaccia con persone che si rivedono dopo anni. Il tempo segna il tuo ed il loro fisico e, noi nel rivedere gli altri vediamo gli anni che passano, convincendoci nell’inganno che forse la natura, con noi, è stata più benevola. “Siamo consapevoli che stiamo invecchiando, ma lo stiamo forse facendo meglio”.

Quando arrivo mi siedo al solito posto vicino alla finestra. Sento Mario che sta parlando con Gino ed Alberto della superficialità con cui talvolta classifichiamo le persone. Quante volte e con quale disinvoltura cuciamo addosso alla gente dei vestiti senza aver fatto nessuna valutazione critica, ma semplicemente per comodità o superficialità. Il tutto, il più delle volte, è dettato dall’esigenza di non dover pensare. “Oggi”, racconta Mario, “è arrivato in rianimazione un uomo della mia età, dopo un incidente stradale”. Anni anagrafici: cinquanta abbondanti. La persona incidentata però era sformata dalla grassezza e con un tasso alcolemico molto al di sopra della norma. Lì, tutti, siamo stati pronti a criticare la deviazione morfologica subita dal suo corpo e abbiamo amplificato il tutto, con giudizi non benevoli sull’uso indiscriminato dell’alcool. Nessuno ha considerato che in Veneto pochi sono astemi. Ognuno di noi ha preferito volutamente cucire addosso a quest’uomo l’abito dell’obeso ubriacone che si è ruzzolato giù per il fosso da solo. “Chi è fonte del suo mal, pianga sé stesso!!!”. L’abito era perfettamente cucito su misura. Eppure lo sguardo di quell’uomo era strano e me lo aveva fatto notare una collega più giovane di me. Accade infatti, che con l’età, si pensi di avere capito tutto e si ritenga sia difficile che qualcosa riesca ancora a stupirci. Si pensa, che ogni cosa occupi un suo posto, ogni oggetto abbia il suo scaffale, ogni scaffale sia situato nello spazio a lui dedicato, praticamente tutto sia stato catalogato come in una biblioteca o in un supermercato. Abbiamo la supponenza di conoscere dove ogni oggetto debba essere riposto e noi non vogliamo che nessuno venga a rovinarci il nostro ordine. Un ordine conquistato con difficoltà. Per ottenere tutto ciò, si è dovuto fare delle cernite, abbandonare degli oggetti talvolta con rammarico e dispiacere, poiché non esisteva nel nostro modo di catalogare un posto per loro. Si è dovuto rinunciare a degli elementi, in quanto avrebbero destabilizzato l’ordine precostituito. Questo non basta, è stato necessario scegliere la nostra predisposizione degli elementi o subire quella degli altri. Si è dovuto immaginare un ordine perfetto rinunciando al disordine. Torniamo a noi però.

La collega più giovane, e sicuramente più sensibile, non si è fatta carico dei giudizi pre-confezionati e ha letto la cartella clinica dell’uomo ricoverato. Questa, notoriamente, oltre ai dati anagrafici, riportava la religione e lo stato civile. Proprio quest’ultimo elemento, non essenziale alla diagnosi, aveva incuriosito la collega. Ad aspettare, in sala d’attesa c’era la sorella di questo omone. La collega, recatasi da lei, per fare il quadro sanitario del paziente, era venuta a conoscenza della storia dell’uomo. La sorella era una bella donna, poco più giovane di lui, composta negli atteggiamenti e nelle movenze, faceva trasparire però, una profonda preoccupazione per il fratello. La dottoressa, spiegò all’interessata che il fratello, a causa di un incidente stradale, aveva riportato un trauma toracico e una frattura al bacino e che il tasso alcolemico era notevole, forse quest’ultimo era stato la causa del tutto. La donna, non trattenne le lacrime e scoppiò in un sonoro pianto. Raccontò nella disperazione, poi, che suo fratello Giovanni, questo il nome dell’uomo, era rimasto vedovo da circa un anno e a causa della morte prematura della moglie, la solitudine improvvisa, la mancanza di figli, la separazione non contemplata, gli avevano devastato l’equilibrio. L’uomo di fronte a questo grande dolore infatti, aveva dedicato il suo tempo non solo al lavoro, ma anche al bere e al fumare. Una autodistruzione che si stava manifestando con la trasformazione del suo corpo e della sua anima sino alle estreme conseguenze di questo incidente terribile. Mario continuò: ”Ho pensato tutta la notte all’accaduto, ritenendomi stupido e superficiale. Che diritto ho di giudicare gli altri senza essere in possesso di tutti gli elementi?”

Non è tutto giustificabile, ma nemmeno tutto giudicabile. In questo mondo, in cui le tempistiche si rincorrono, talvolta dovremmo fermarci, obbligarci a fare dei pit stop. La collega più giovane mi ha dato una lezione. Io pensavo, grazie alla mia età anagrafica, di poter dar consigli e giudizi. invece, purtroppo, sono scivolato su una comune buccia di banana, confezionando per il povero Giovanni una superficiale, ma soprattutto banale mia opinione. Eppure una volta non ero così. Ricordo infatti, tempo addietro, che con un collega mi arrabbiai molto. Aveva avuto l’ardire di esprimere un giudizio stupido e superficiale sulla lunghezza dei capelli di una collega. Ricordo che disse: “Ma in somma la Mariantonia ha più di cinquant’anni, potrebbe anche accorciarsi quei capelli che gli arrivano a metà schiena, non è più una ragazzina!!!” Quella volta fui io che mi stizzii e lo ripresi. Gli raccontai che quella donna in giovane età aveva avuto un linfoma e che i capelli li aveva persi completamente. Negli anni settanta la chemioterapia era agli albori sia nelle terapie, sia nei protocolli e negli effetti collaterali dei farmaci. Naturalmente non era contemplato nessun ausilio psicologico per i pazienti. Lei soffrì molto della sua calvizie, sebbene transitoria, perché giovane e piena di progetti. Quando con i primi cicli di chemio, si accorse che perdeva i capelli a ciuffi, di sua sponte, se li tagliò con le forbici in modo da completare velocemente ciò che la chimica aveva dato inizio. Furono tempi duri per lei, in cui anche chiedere come stavano i compagni di chemio poteva essere deleterio. Tante volte sapere che i malati come lei non ce l’avevano fatta le toglieva la speranza, le creava insicurezza per il futuro, i sogni le si oscuravano e l’unica via d’uscita sembrava essere la preghiera, se credente, oppure piegarsi alla volontà del destino. Fortunatamente ce la fece e la lunghezza dei suoi capelli rappressentò la vittoria contro la malattia e, la speranza riacquistata nella vita. Chi non conosceva questa storia non aveva il dovere di giudicare… spesso le apparenze ingannano.

Gino aveva ascoltato con interesse e si aggiunse a questa discussione. Anch’io, visto da fuori, posso apparire sempre incavolato con il mondo e perennemente triste, ma pochi sanno la mia vicenda personale. Ora però, dopo che ho assistito ad una serata di uno scrittore a me sconosciuto, Fabrizio De Paoli, e ho letto e poi parlato con lui, alcune cose mi sono più chiare. Ricordo che gli posi il problema del tempo che passava. Questo mi rispose che effettivamente il tempo era una ”fregatura” però il dilemma risultava facilmente risolvibile. Il tempo che viviamo è qui ed ora, quello che è passato risulta utilizzato e quello che verrà non è ancora a nostra disposizione. Semplice, banale, ovvio. Già sentito nei corsi di filosofia delle superiori, però molto veritiero. Poi ho letto le poesie dei suoi libri, e due, che concludono due dei tre libri da lui scritti, così narrano:

non esiste
notte così lunga
da nascondere la Luce
o nebbia così densa
da offuscarla
o ancora vento così potente
da spegnere la fiamma
Esistono soltanto giorni
in cui custodirla
è più impegnativo
ma sono anche i giorni
del suo maggior splendore

e io aggiungerei: “nell’attesa del suo riapparire”.

L’altra invece si basa solo su cinque parole. “SVEGLIATI DALLA REALTA’ E RITORNA A SOGNARE”. Ecco io ora voglio ritornare a sognare, senza dimenticare il passato, ma rivoglio vivere il tempo qui ed ora. La mia priorità ora sarà dare una possibilità ad Adila. Forse nulla accade per caso. Io e mia moglie abbiamo pensato di aiutare lei e sua madre a vivere in un mondo migliore. Di credere che tutti siamo necessari perché le cose cambino. Abbiamo trovato un piccolo appartamento, per far si che Adila possa vivere un’infanzia felice. Ora ci stiamo prodigando per far assumere sua madre in un supermercato di nostri amici. Abbiamo trovato un motivo per vivere, abbiamo trovato un nuovo modo per relazionarci con il tempo.

Carlo era arrivato un po’ in ritardo ed aveva ascoltato parzialmente il racconti di Mario, ma quanto basta per capire che spesso le apparenze possono ingannare e quando tutti finirono di dire la propria aggiunse: “Vi ricordate di Giulia? Io pensavo che questa mi si appiccicasse come una cozza e io dovessi tenerla a debita distanza. Bene l’altra sera le ho telefonato per un re-incontro, magari con lo stesso finale, lei con una voce dolce e suadente mi ha detto:”Caro Carlo questa sera sono impegnata con delle amiche, però sappi che io non amo la routinarietà e mi piace cambiare”. Naturalmente ci sono rimasto di pongo ed è stato leso sonoramente il mio machismo. Una volta le donne non erano così. I tempi sono proprio mutati. Forse è colpa del sessantotto. Boh! Sta di fatto che anch’io sono giunto alla conclusione che spesso ci facciamo trascinare delle apparenze. “Mario ridendo gli disse: “Riprova a chiamarla, forse è solo apparentemente una dura e ha bisogno di tempo per immergersi in questa nuova avventura”. Carlo rispose: “Probabilmente è così, però a me sembra tutto apparentemente difficile! Complicato!”

“No!” aggiunse Alberto. “Forse sono solo le debolezze dell’animo umano. Forse è la difficoltà di comunicare, forse è il mondo con i sui schemi ed i suoi modelli imposti che ci assillano. O forse semplicemente siamo noi, che non vogliamo cogliere oltre all’apparenza”. Concluse. “Io posso dire tutto questo perché vendo apparenza e vivo nell’apparenza affinché tutto si svolga nella normalità. Non esprimere apertamente i miei gusti sessuali è vivere nell’apparenza, nella costante menzogna che tutto debba rispecchiare la normalità dei più.” Tutti guardano Alberto, tacciono e velocemente se ne vanno senza approfondire il discorso. Troppo difficile dagli ragione, troppo complicato dargli ragione. Apparentemente sembrava un banale chiacchiericcio da bar tra quattro amici, invece si era appena verificato un incontro tra modi diversi di porsi nei confronti della vita e del vissuto. Una cosa che riporterò tra le cose da appuntarmi.

Come nota per i lettori, Giovanni, dopo cinque giorni dall’incidente è stato operato all’anca e il trauma toracico è rientrato. Ora è ricoverato in ortopedia, ha già perso alcuni chili perché controllato sia nel bere, sia nel mangiare. Presto sarà seguito da uno psicologo. Forse non tutto è accaduto per caso, ma apparentemente vogliamo pensare che qualcuno da lassù, volutamente, abbia cercato di preservarlo dagli intoppi della vita.

chevron_leftritorna a

10. Poi . . .

prosegui conchevron_right

12. Strani scherzi della vita I