30 Novembre 2019

Strutture con un uomo solo al comando o società di intenti?

di Sandro

Quando si decide di “scendere in campo”, senza rubare la battuta a nessuno, le paure sono tante. Il fallimento degli intenti è quello che più ti impedisce di dormire. Ammettere a se stessi che una mattina ci si possa svegliare e dire a tutti “Scusate ma non c’è l’ho fatta”, cosa che può avvenire per mille motivi, non fa restare tranquilli. Tante possono essere la cause: l’impossibilità di non poter pagare le numerose riba bancarie a fine mese; la paura di non risolvere i vari casi che ti si presentano davanti; il cliente che si rivolga ad altri perché non ti ritiene all’altezza. Tutte situazioni ed emozioni che ci accompagnano per anni, se non per tutta la nostra vita lavorativa. Ciò tende a destabilizzare colui che ricopre tutte le figure di cui un ambulatorio necessita, creando così delle crepe nelle proprie sicurezze. E’ allora che “l’uomo solo al comando “ ha paura. E’ mia opinione, che solo in questi casi nascano le società di intenti.
Spesso ci si accorge che aggregandosi, le persone possono aiutarsi, ma soprattutto possano dissolvere le paure. Ecco che uno o più professionisti si uniscono in una società.
Le società non sono sempre facili da gestire e la presenza di scontri possono essere e divenire questioni giornaliere.
Prima di approfondire le questioni societarie, vorrei aprire una parentesi su quello che accade nella maggior parte delle strutture che stanno iniziando il loro iter di vita in solitaria. Chi comincia da solo, per abbattere le spese, cerca di risolvere i problemi da solo, anche se questa è una bugia che tutti noi ci raccontiamo. Tutti, quando abbiamo dato inizio al nostro percorso, ci siamo appoggiati a quelle persone che hanno creduto in noi e che ci hanno supportato, per far si che il nostro sogno si potesse realizzare. Se per un attimo, ognuno di noi si sedesse nella sedia del proprio studio e pensasse a ritroso, ossia a quanto tutto ha avuto inizio, ci verrebbe in mente quanto la nostra compagna-o ci ha aiutato. Quelle tante sere che eravamo soli con quel cane o quel gatto che non respirava bene, con quel cane o quel gatto che non partoriva, con quell’animale che stava male e noi eravamo lì da soli, soli con noi stessi e con i nostri dubbi. Allora, onestamente dovremmo ricordarci di quelle figure che non sempre si vedono, di coloro che non fanno parte della equipe medica riportata in quella bacheca, esposta in bella grafia in sala d’attesa. Dobbiamo ricordarci di quelle persone che magari di veterinaria e di veterinari non ne capiscono niente ma, che ci hanno semplicemente aiutato a tenere fermo il nostro paziente, che ci hanno aiutato quando noi eravamo stanchi, impauriti nel fare manovre mai eseguite o di difficile esecuzione. Queste persone misteriose e mai nominate possono essere state anche le nostre mamme, le nostre sorelle, i nostri amici. Persone che nell’ombra hanno dato una mano, anche solo a rispondere al telefono o a passarci il necessario, quando le nostre mani erano impegnate. Persone che sono state accanto a noi solo perché ci volevano e ci ci vogliono bene. Sono figure di cui nessuno parla, ma che tutti veterinari sappiamo esistere e che tutt’ora ci sono . Anche questo fa di noi delle persone speciali. Noi nei nostri momenti di difficoltà abbiamo nominato sul campo aiuto veterinario sorelle, mamme, mogli, mariti, compagne, compagni e amiche . Tutte queste figure, il più delle volte, nella vita fanno tutt’altro ma, al momento del bisogno, si sono fatte incoronare “aiuto veterinario” felici di diventare in quel momento essenziali. Con loro abbiamo condiviso terapie ed iter diagnostici ricevendo accondiscendenza ed ammirazione. In fondo non essendo del mestiere potevano solo seguire il loro re che li aveva eletti fidi scudieri. Noi allo stesso tempo, per tante volte ci siamo sentiti impavidi guerrieri, pronti ad affrontare qualsiasi sfida perché accompagnati da un fidato esercito di persone che credevano senza nessuna remora al loro condottiero. Anche questo è essere e diventare veterinario.